giovedì 17 febbraio 2011

Memoria dei fratelli

Correvano gli anni del primo dopoguerra. La nostra numerosa famiglia, reduce dal tremendo periodo di un anno circa, dall’armistizio alla liberazione, trascorso da sfollati nella campagna di Camaiore, si era stabilita a Polignano a Mare, il paese d’origine, dove avevamo una casa. Il paese a quei tempi offriva soltanto il suo limpido mare, sul quale abbondavano le barche da pesca a remi, dislocate in cinque porticcioli naturali: San Vito, Ponte delle barche, Cala Pagura, Port’ago e Torre Incina.

Così fu naturale che quattro dei cinque fratelli, Giancarlo, Guido, Pierluigi e Fulvio, vi si buttassero anima e corpo durante la buona stagione. Il quinto fratello, Silvio, era invece preso da interessi ben più elevati, che lo tenevano in casa a suonare il pianoforte o a studiare la storia della musica ed altre cose di suo incredibile gradimento. Il risultato era che in piena estate noi quattro eravamo neri come africani mentre lui era bianco-latte... La nostra unica sorella, Mariella, venne qualche volta in barca, Silvio mai!

Cominciai io, il maggiore, a voler fare qualcosa di più del bagno a Grottone. Costruii un sandolino con tavole ricavate da casse d’imballaggio che con enormi difficoltà portammo a Grottone per il varo. Ma fu un disastro: faceva acqua a tutto spiano e si rovesciava per un nonnulla, essendo strettissimo. Lo abbandonammo sugli scogli e il mare se lo portò via.

L’anno seguente trovai un imbarco su un ottimo sandolino di un amico, Franchino Giuliani, col quale tutti i giorni pagaiavamo per miglia e miglia, da una spiaggia all’altra. Ci facemmo i muscoli, ma tornavamo distrutti. Fu così che, quando Silvio mi fece vedere un manuale Hoepli su cui erano descritti i canotti a vela, uno dei quali aveva attraversato l’Atlantico, dopo averne parlato con Franchino, decidemmo di dotare il sandolino di una vela.

Detto fatto, seguendo le indicazioni del manuale, costruimmo l’attrezzatura e la vela con un tendone che il padre di Franchino usava per coprire l’automobile in garage. Il risultato fu che pagaiavamo al mattino nella direzione da cui sarebbe arrivato il vento, generalmente il Maestrale, e tornavamo a vela col vento in poppa fino a Cala Pagura, con un remo di poppa che faceva da timone. Era un grosso passo avanti!

Intanto un gruppo di quattro amici, tra i quali nostro cugino Ninì, acquistarono a Monopoli una lancetta a remi e mi offrirono di fare il mozzo, visto che loro, più grandi di me, lavoravano e non avevano tempo per pensare alla manutenzione. Accettai di buon grado e, forte dell’esperienza del sandolino, li convinsi a dotare la barca di un’attrezzatura velica. Feci una ricerca e trovai quella che si addiceva di più: l’attrezzatura al terzo del dinghy 12 piedi S.I. che vedevo veleggiare dal lungomare di Bari.

Guido mi dette una grossa mano: era più bravo di me in certe cose, come nel cucire a macchina la vela fatta con un telo per lenzuola. Ci lavorammo durante l’inverno e l’estate successiva iniziammo a navigare a vela, non solo in poppa come sul sandolino. Oltre al timone, avevamo infatti costruito una lama di deriva che imbullonavamo alla chiglia con la barca in acqua e che ci consentiva di risalire il vento, una cosa che stentavamo a credere....

A Polignano la brezza estiva non mancava mai, per cui dopo alcune stagioni eravamo diventati provetti velisti e i remi in pratica non li toccavamo più: La lancetta venne chiamata “Kon Tiki”, in onore della zattera che a quei tempi compì la traversata del Pacifico. I più assidui eravamo Guido ed io, ma in seguito accettammo che anche Piero e Fulvio si unissero a noi, quando furono un po’ cresciuti. Eravamo negli anni del liceo, al termine dei quali io partii per l’Accademia Navale di Livorno: le lunghe estati sul Kon Tiki per me erano finite, mentre continuavano per i fratelli.

Terminati i quattro anni di Accademia fui inviato in Florida per un corso di pilotaggio. Fu lì che mi raggiunse, inviata da Guido, la notizia di una barca di sei metri approdata a Polignano con dei profughi slavi. La barca era in vendita all’asta. L’acquistammo pagandola 30.000 lire. Aveva una vela e un fuoribordo. Con tanta fatica facemmo grandi lavori e la trasformammo in un piccolo yacht. Guido lavorò tutto un inverno nella barca ospitata nel giardino di Zio Vincenzo, costruendo gli arredi interni: cuccette, ripostigli, vano bagno, ghiacciaia, cucinino.

La chiamammo “Santo Stefano”, il quartiere di Polignano a picco sul mare di cui era innammorato nostro padre, che ci aveva lasciato poco prima di cominciare i grandi lavori. Con la Santo Stefano allargammo molto il campo d’azione delle nostre veleggiate, giungendo a portare a termine alcune crociere durante le mie licenze estive di quindici giorni. Un’estate andammo al Gargano e alle Tremiti, la successiva fu quella della circumnavigazione dell’Italia Meridionale, da Monopoli a Napoli.

Al termine di questa non avevo la possibilità di riportare la Santo Stefano a Monopoli, nè di tenerla Napoli in mia assenza, visto che partivo per la California per un lungo imbarco sul Corsaro II della MM. Fu così che misi un annuncio sul giornale e la vendetti. Ma ormai ci eravamo fatti la fama di marinai: non fu difficile trovare imbarchi ai fratelli, trasferiti nel frattempo a Bari, mentre Fulvio seguì le mie orme intraprendendo la carriera dell’Ufficiale di Marina e continuando a navigare a vela sulle navi e le barche della Marina.

Eravamo ormai tutti e quattro irrimediabilmente malati di mare e di vela, una bella malattia a dire il vero, che per Guido è terminata con la sua recente scomparsa e che per noi continuerà certamente finchè avremo vita.

2 commenti:

stefania ha detto...

i racconti di zio giancarlo sono sempre super avvincenti! e questo misto di amore per la vela e orgoglio d'altri tempi dona a tutto una nota di sana nostalgia :)

Eva ha detto...

Bellissima storia zio! Raccontacene altre!