martedì 28 ottobre 2008

Le guerra

Quello della guerra è stato un lungo periodo molto nero, che ha lasciato un segno indelebile in ciascuno di noi, contribuendo in maniera determinante alla formazione del nostro carattere. Quando cominciò io ero in quarta elementare, Silvio in terza, Guido in prima, Mariella forse all’asilo, Fulvio non era ancora nato.
Eravamo a La Spezia, dove papà dirigeva l’Ospedale della Marina Militare, col grado di colonnello medico. Abitavamo in una bella palazzina a fianco dell’Ospedale, al quale potevamo accedere direttamente da un cancelletto del nostro giardino. C’erano già le “tessere annonarie”, necessarie per comprare i generi di prima necessità che erano razionati, a cominciare dal pane scuro, del quale erano previsti 150 grammi a testa al giorno.
La Spezia era una importante base della Marina, per cui cominciarono presto i bombardamenti, sempre notturni. Nel cuore della notte suonava la sirena dell’allarme aereo, papà e mamma ci svegliavano subito, ci avvolgevano in una coperta e di corsa andavamo nel rifugio dell’ospedale, attraversando il cancelletto del giardino.
Il rifugio era nel sottosuolo, freddo e umido. Ci trovavamo altra gente, ci accomodavamo come meglio possibile per terra e ci passavamo ore, finchè non suonava di nuovo la sirena del cessato allarme. La maggior parte delle volte ciò avveniva alle prime luci, senza che ci fossimo accorti di un bombardamento, si era trattato di un falso allarme. Ma alcune volte sentivamo la terra tremare sotto le bombe e potevamo udire gli scoppi e il fragore dell’antiaerea, mentre papà cercava di tranquillizzarci e mamma pregava a mani giunte.
Il giorno dopo le scuole restavano chiuse, si contavano i morti sotto le macerie. l’Ospedale e la nostra casa per fortuna non vennero mai colpiti, ce la cavammo sempre soltanto con tanta paura, mezzi intirizziti dal freddo nel rifugio.
A La Spezia, dopo la quarta elementare io feci direttamente l’esame di ammissione alla scuola media e frequentai il primo anno dai Salesiani, a dieci minuti da casa. Il sabato pomeriggio dovevo andare al “sabato fascista” a fare la marcia in divisa da “balilla”. Silvio e Guido se ben ricordo erano “figli della lupa”.
Finita la prima media, dovevo avere compiuto i 10 anni e quindi eravamo alla fine del 1941 o all’inizio del ‘42, papà venne trasferito a Marina di Massa per organizzare un ospedale di guerra nelle colonie marirttime esistenti, che erano state requisite. Naturalmente ci trasferimmo anche noi, andando ad abitare in una palazzina in mezzo ad una pineta accanto all’ospedale. Ci passammo due anni o poco meno e per fortuna quella zona non venne bombardata, essendoci solo l’ospedale come insediamento militare.
Prendevamo la corriera la mattina presto e andavamo a scuola a Massa Apuania. Io feci lì la seconda media e Silvio forse la prima. Le cose riguardanti la guerra che ricordo erano il silenzio assoluto che dovevamo fare a tavola, all’una, quando c’era il “bollettino di guerra” alla radio che enunciava regolarmente i bombardamenti, le macerie, le perdite di vite umane, le battaglie in Africa o in Russia o quelle aeree e navali, le migliaia di soldati, marinai e aviatori che morivano, oltre ai civili che restavano sotto le macerie della propria casa. Un’altra cosa che mi è rimasta impressa è la quantità di soldati che arrivavano all’ospedale dalla Russia privi delle gambe, che avevano perso essendosi congelate nelle trincee.
Nel 1943, quando Fulvio era appena nato, ci colse lì l’armistizio. L’ospedale venne immediatamente occupato dai tedeschi e noi dovemmo lasciare d’urgenza la nostra casa. Per fortuna un sottufficiale di Viareggio, che era stato destinato come segretario di papà e che gli era devoto, ci trovò una casa nella sua città e, con alcuni viaggi effettuati con un furgone a tre ruote pure rimediato da quel sottufficiale, trasferimmo le masserizie in quella casa di Viareggio, in via Lepanto, di fronte alla famosa pineta orgoglio dei viareggini.
Papà non aderì alla Repubblica di Salò e naturalmente lo stipendio che, bene o male, aveva percepito fino ad allora, cessò del tutto. Per andare avanti dovette vendere l’oro, i tappeti ed altri oggetti di valore. Io feci lì la terza media che era a quaranta minuti di cammino da casa. Cominciarono i bombardamenti perchè i tedeschi avavano costituito una base militare nella città, per cui qualche volta suonava la sirena anche in pieno giorno. Dovevamo allora lasciare immediatamente la scuola e correre a piedi verso casa.
Ricordo una volta che, voltandomi indietro mentre correvo, vidi gli aerei che lasciavano andare grappoli di bombe, ben visibili: cadevano dietro di me, non so dire a che distanza, forse alcune centinaia di metri. Arrivai a casa con un gran fiatone e trovai papà e mamma molto preoccupati per noi. Il bombardamento continuò, noi restammo a casa perchè lì non c’erano rifugi, i viareggini si riversavano nella pineta per paura che fossero colpite le loro case. Papà pensava che fosse meglio stare a casa e, per non farci sentire gli scoppi delle bombe, si mise a suonare la pianola a tutto spiano, mamma come al solito pregava a mani giunte.
Ma il peggio doveva ancora arrivare. Eravamo a Viareggio da meno di un anno quando gli americani sbarcarono in Sicilia e cominciarono la lentissima liberazione dell’Italia, dando tutto il tempo ai tedeschi di organizzare al meglio la resistenza al loro avanzamento. Fu così che Viareggio fu evacuata dai tedeschi in una settimana per farne una roccaforte. Si, in una settimana tutti dovevano lasciare la loro casa e sparire altrove. La grande pineta venne rasa al suolo.
Noi eravamo in otto, con Fulvio che veniva ancora allattato da mamma. Anche in questo drammatico momento avemmo fortuna, o forse il Padre Eterno accolse le preghiere di mamma: il nostro padrone di casa ci offrì due camere e un bagno, con la cucina in comune, nella casa dove viveva con la moglie in una frazione di Camaiore, Misciano. Lo fece probabilmente perchè sapeva chi si metteva in casa, dal momento che chissà chi avrebbe per forza dovuto ospitare, visto che tutta la popolazione di Viareggio si riversava all’interno, occupando le case senza tanti complimenti. E non se ne pentì, come dirò dopo.
Il solito sottufficiale viareggino col furgone a tre ruote ci portò le masserizie in un capannone accanto alla villa del maggiore Rampolla, il nostro padrone di casa, e noi ci sistemammo in quattro per camera, con i nostri materassi per terra: i letti non sarebbero entrati. Ci rimanemmo un anno, certamente l’anno più tragico della nostra vita, mentre i “liberatori” avanzavano come lumache, bombardando e cannoneggiando per tre giorni la zona dove sarebbero poi arrivati, distante un paio di chilometri. Non c’era corrente elettrica in casa, avevamo fatto dei lumini con barattoli e stoppini parzialmente immersi nel petrolio che ci annerivano le narici. Avevamo anche il problema dei fiammiferi, difficilissimi da trovare e del sale, venduto di contrabbando a un prezzo altissimo.
Nel frattempo non si trovava più nulla o quasi nulla, negozi per lo più chiusi, farmacie sbarrate. La mattina papà, io e Silvio scendevamo in paese, a Camaiore, a vedere cosa potevamo rimediare: lunghe file per acquistare qualcosa da mangiare. Si trovava la farina di mais e quella di castagne, così mangiavamo tutti i giorni polenta e castagnaccio. Assolutamente introvabili latte, uova, carne e, per diversi mesi, anche il pane nero della guerra. Qualche rara volta riuscivamo a trovare i buzzacchiotti, pesciolini d’acqua dolce lunghi un centimetro circa che venivano dal vicino lago di Massaciuccoli. Non si vedevano in giro i gatti, andavano a ruba .... ma noi non li mangiammo mai.
Mamma cucinava su un fornello a carbone improvvisato da me con una grossa latta, ma il carbone non si trovava. Lo facevamo io Silvio e Guido, avendo imparato da qualcun altro ragazzo come si faceva una piccola carbonaia. Andavamo a far legna nei boschi, preparavamo la carbonaia, un largo cono alto circa un metro, le davamo fuoco e la ricoprivamo di zolle lasciando un’apertura sulla sommità, da cui continuava ad uscire il fumo per un paio di giorni. Il carbone bastava a mamma per una settimana.
L’inverno fu freddissimo e la casa non era riscaldata. Le nostre scarpe erano consumate, facevano acqua, e noi ci camminavamo tutti i giorni quando scendevamo in paese, qualche volta anche nella neve. Mamma si ammalò gravemente di bronco-pleuro-polmonite e papà non sapeva come curarla, gli unici farmaci che riuscì a trovare da un altro medico furono i sulfamidici. Il fatto che non ci lasciò credo proprio che sia stato un qualcosa di molto vicino ad un miracolo. Quando si rimise in piedi dopo mesi pesava una quarantina di chili.
Intanto i tedeschi si impossessavano di tutto ciò che poteva servire loro, bestiame, automobili, perfino biciclette, e sequestravano gli uomini validi da deportare in Germania come mano d’opera coatta per le fabbriche di armi. Un giorno ne arrivarono due a casa, cercando uomini validi. Papà si salvò perchè era un medico che i tedeschi non deportavano perchè sarebbero serviti in caso di epidemie. Il maggiore Rampolla se la cavò suscitando pietà, dicendo loro con le lacrime agli occhi che noi eravamo tutti figli suoi! Con ogni probabilità gli salvammo la vita.
Gli uomini si davano così alla macchia per non essere deportati, e cominciarono anche ad ammazzare qualche tedesco, sempre alle spalle, a tradimento. Erano i partigiani, diventati poi eroi della resistenza, che causarono un mare di morti tra la popolazione, perchè per ogni tedesco ucciso venivano sequestrati 10 italiani e immediatamente passati per le armi. Un piccolo paese al di là di un monte rispetto a dove eravamo noi, Sant’Anna, venne dato alle fiamme per questi motivi. Bruciò per giorni e giorni, noi vedevamo il fumo che si innalzava al di là del monte. E vi fu un eccidio. Eravamo nell’agosto del 1944.
Intanto il fronte si avvicinava e si intensificavano i bombardamenti. Una mattina Silvio era sceso in paese prima per fare una fila con la tessera annonaria in uno dei rari negozi aperti che fornivano i pochi generi alimentari disponibili, non ricordo in particolare cosa doveva comprare. Poco dopo, forse mezz’ora dopo, mi avviai anch’io lungo la strada polverosa lunga un paio di chilometri che portava in paese.
Ero giunto a metà quando fecero la comparsa due aerei a bassa quota che si misero a girare sul paese per qualche minuto. Si allontanarono quindi verso i monti sollevandosi, ma tornarono subito in picchiata sul paese sganciando due bombe a testa, che vidi distintamente mentre cadevano. Mi buttai a terra e la sentii tremare mentre mi tenevo le dita premute sulle orecchie.
Mi rialzai e mi avviai di corsa verso casa, quando vidi papà che mi veniva incontro. Naturalmente era preoccupato per noi due. Mi unii a lui per andare incontro a Silvio e, poco prima di giungere in paese, vedemmo un ragazzino tutto impolverato che veniva di corsa verso di noi. Era lui, lo riconoscemmo a stento quando si avvicinò. Ci disse che, quando aveva visto girare i due aerei mentre faceva la fila per strada, tutti si erano precipitati dentro il negozio, trascinando anche lui.
Poco dopo il negozio era crollato sotto una di quelle bombe e lui si era ritrovato sotto le macerie, salvato da un qualcosa, forse un armadio, che lo aveva protetto, tossendo disperatamente per la polvere. Riuscì miracolosamente a venir fuori aprendosi un varco verso una luce che vedeva tra le macerie, e si diresse verso casa. Aveva solo qualche piccola ferita con il sangue che gli colava sulla faccia.
Tornammo a casa e poco dopo arrivò anche Guido che era andato a un mulino a cercare la farina di mais o di castagne. Eravamo tutti a casa sani e salvi, mamma ringraziava con le lacrime agli occhi la Santa Bambina a cui è sempre stata devota, convinta che era stata lei a proteggerci. Passò ancora qualche settimana e, dopo essere stati tappati in casa per tre giorni di continuo cannoneggiamento da parte degli americani che si spianavano la strada prima di avanzare di un paio di chilometri, finalmente i “liberatori” entrarono in paese con i carri armati.
I dodici tedeschi che presidiavano il paese ebbero però tutto il tempo per trasferirsi sulla montagna vicina portandosi un mortaio con il quale tutti i giorni per un mese alle 12 in punto facevano arrivare un proiettile che esplodeva nella piazza al centro del paese. Quando finalmente andarono a snidarli li trovarono stremati, affamati, senza più munizioni.
Gli americani ci fecero rivedere dopo più di tre anni il pane bianco, già affettato, le barrette di cioccolato, le scarpe di cui avevamo estremo bisogno. Passò ancora qualche settimana prima che papà si incamminasse a piedi verso Roma, sperando di trovare qualche passaggio. Tornò un mesetto dopo con una macchina e un autista che la Marina gli aveva messo a disposizione per portare con due viaggi la famiglia a Roma, dove fummo ospitati per qualche settimana a casa dei Modugno, parenti di papà da parte della nonna che era una Modugno.
Intanto papà tornò con un camion della Marina a Misciano di Camaiore a prendere i mobili, il pianoforte e il resto, che per un anno erano rimasti nel capannone, dove tra l’altro scoprì di aver subito un furto. Di quel viaggio ricordo gli impressionanti cumuli di macerie attraverso i quali passavamo quando attraversavamo i paesi e le città. Ricordo in particolare Civitavecchia, sembrava che non ci fosse più una casa in piedi.
Arrivati finalmente a Polignano, trovammo la casa paterna occupata dagli americani, che vi avevano fatto il loro quartier generale. Così dovemmo sparpagliarci tra le case dei parenti, che fortunatamente a quei tempi erano tanti e che ci ospitarono per qualche mese, finchè gli americani si decisero a liberarci la casa.
Il dopoguerra fu pure molto duro, con mamma che si alzava alle cinque per prepararci la colazione accendendo il fuoco con i carboni e farci uscire di casa in tempo per prendere il treno, composto da vagoni merci, che per me partiva alle sei e venti e arrivava a Bari alle sette e mezzo, in modo che alle otto potevo entrare in aula al liceo.
E’ inutile che faccia considerazioni per voi giovani, i fatti si commentano da soli, ognuno potrà trarre le sue conclusioni e capire perchè siamo così diversi da chi non ha vissuto quelle esperienze per i cinque anni forse più formativi di un ragazzo, almeno per quanto riguarda Guido, Silvio e me. Un rovescio della medaglia c’è: dopo averle superate, anche se molto per fortuna, non ci spaventano i guai che immancabilmente arrivano nella vita, siamo pronti a tutto!
Giancarlo

7 commenti:

Eva ha detto...

Ho letto d'un fiato: grazie zio ci sono tanti dettagli che non conoscevo. Proprio oggi ascoltavo la radio: Marco Paolini legge in questi giorni "Un anno sull'altopiano" di Emilio Lussu, un libro che avevo letto a suo tempo, ma che fa ben altra impressione se letto da chi lo sa interpretare. Episodi tremendi, ben oltre il limite dell'accettabile che sono avvenuti ed avvengono. E il film sull'eccidio di Sant'Anna e il Power Point sull'olocausto che pochi giorni fa ho ricevuto. Si fa un gran parlare di guerra, insomma. Credo che chi ha più di 65 anni ha davvero il timore che certe cose si ripetano, ora che gli stadi sono pieni di cretini con il braccio levato nel saluto romano. Ma temo che parlar tanto di guerra possa rivelarsi controproducente, alla fine. In menti esaltate e piene di segatura (ce ne sono molte) lo spargimento di sangue può diventare addirittura desiderabile. Avevo due amici croati, fuggiti in Italia durante la guerra balcanica: ragazzi della mia età che avevano vissuto la città sotto le bombe, il servizio militare coatto, il terrore dei cecchini appostati a sparare sulle massaie in fila per il pane. Questi ragazzi mi dicevano di una infanzia passata a veder filmati sulla guerra titina, nel mito dei combattenti. Di una certa assuefazione, e poi di grandi feste popolari organizzate in ogni paese, in ogni borgo, per rinfocolare il senso di appartenenza ad una etnia piuttosto che un'altra. Di come questa manipolazione delle coscienze fosse iniziata almeno dieci anni prima della morte di Tito, lentamente e pervasivamente.
Stiamo attenti: ci sono idee pericolose che si annidano in attività semplici come una grigliata in piazza o una festa paesana.

MarcoBertini ha detto...

Salve, vivo da sei anni a Camaiore proprio davanti a Piazza Diaz così tragicamente descritta nei vostri ricordi di guerra. Stò ricostruendo così cosa avvenne quella tragica mattina del 22 luglio 1944,ma purtroppo non ci sono dati sufficenti. In particolare stò cercando di scoprire quale fù il reparto alleato di cui facevano parte gli aerei che effettuarono il bombardamento. Chi dice che erano inglesi chi invece fossero americani. Voi ricordate di aver visto le insegne sulle loro ali? Una stella bianca o i cerchi concentrici blu,celesti e gialli degli inglesi? Erano aerei bimotore? Erano due sicuramente o uno solo o più di due?
Marco Bertini

MarcoBertini ha detto...

Salve,abito a Camaiore da sei anni,proprio davanti a piazza Diaz,luogo del tragico fatto che avete dscritto nei vostri ricordi di guerra. Da tempo ho iniziato a ricercare testimonianze e documenti su quel tragico 22 luglio 1944,ma non ho trovato granchè. Mi interesserebbe sapere qualcosa di più sull'aereo-aerei che effettuarono il bombardamento. Erano inglesi come alcuni testimoni asseriscono o americani? Vi ricordate di aver visto le tipiche insegne sui velivoli? Una grande stella bianca americana o i cerchi concentrici blu,celeste e giallo inglese? Ricordate anche se avevano due motori,uno per ala o uno solo sul muso? E infine il numero;Silvio parla di aerei senza specificarne il numero,mentre Giancarlo parla di due. Altri testimoni parlano di un solo aereo.
Anche se immagino che gli anni hanno ridotto ai minimi termini i ricordi.
Saluti
Marco Bertini

Eva Basile ha detto...

io stavo scendendo in paese da Misciano di Camaiore quando vidi arrivare due aerei provenienti dalla montagna alle mie spalle e diretti verso il paese, dove presero a girare intorno a un cerchio intorno al centro. Effettuarono diversi giri, almeno quattro o cinque, e si allontanarono nella direzione da cui erano arrivati, verso la montagna. Tornarono subito dopo, uno dietro all'altro, abbassandosi di quota e, quando io ero quasi arrivato al cimitero, vidi chiaramente sulla mia verticale due bombe sganciate dal primo, e subito dopo altre due sganciate dal secondo. Mi buttai a terra al margine della strada e sentii forte gli scoppi delle bombe che, animate da movimento in avanti, andavano a cadere più avanti. Sono certissimo che gli aerei erano due, sono anche certo che fossero monomotore, ricordo che avevano una sola elica centrale, e penso fossero americani, come si era poi sparsa la voce. Non feci caso o non ricordo se vidi le insegne sulle ali, per cui non posso affermare con sicurezza se fossero americani o inglesi. Avevo allora 12 anni.

Ringrazio il sig. Marco Bettini che sta cercando di ricostruire quella tragica giornata, spero di leggere il risultato della sua ricerca.

Ciao, zio Giancarlo

Anonimo ha detto...

Anch'io ringrazio il signor Marco Bettini e spero di leggere il risultato delle sue ricerche. Purtroppo neanche io posso fornire alcuna delle indicazioni che ci chiede: sono certo di non aver neppure visto gli aeroplani, ma solo di averli sentiti prima volteggiare sulle nostre teste e poi allontanarsi per scendere in picchiata. Suppongo però che fossero inglesi per il solo fatto che, appunto, scesero in picchiata. Non erano quindi fortezze volanti americane, use bombardare alla cieca da quattromila metri di quota. Ma questa è solo un'ipotesi. Avevo allora meno anni di mio fratello Giancarlo.

MarcoBertini ha detto...

Grazie delle vostre risposte,soprattutto Giancarlo ha dato spunti interessanti. In merito vi ho inviato una e-mail con allegate 12 foto di velivoli che operavano sui nostri cieli,in modo che possiate riconoscerli. E' molto importante per la ricerca perchè dal tipo di aereo è possibile risalire ai reparti di appartenenza ed escludere altri. Non è detto che se i due aerei volassero in picchiata erano solo inglesi perchè anche gli americani e i brasiliani effettuavono molte operazioni di bombardamento in questo modo.
La ricerca è difficile perchè proprio quella tragica azione del 22 luglio 1944 su Camaiore è scarna di documenti,nonostante fosse stata una delle più gravi perchè ebbe almeno 61 vittime accertate,quindi fu una delle più tragiche di tutta la guerra in Versilia.
Marco Bertini

Eva Basile ha detto...

non trovo le foto di cui ci parla: può per favore mandarle al mio indirizzo evabasile@gmail.com?
grazie